La vita non è forse una serie di immagini
che cambiano mentre si ripetono?,
si chiedeva Andy Warhol, e la domanda è talmente attuale
che suona per noi come un’ovvietà.
Un giocattolo o un reel, un film o un carosello,
una canzone o un vocale, una storia o una story:
tutto inizia con un play. Ma quasi nulla finisce lì.
Si torna indietro, si rivede, si riascolta, si ripete e si riprende,
ogni volta in maniera simile eppure differente.
Oggi viviamo al tempo del replay e del remake,
che ritma le nostre esperienze e relazioni con il mondo
e con noi stessi, i nostri desideri e immaginari.
Riguardiamo, rifacciamo, archiviamo, condividiamo, rigiochiamo
e ci prendiamo gioco di ciò che sembra immutabile,
tra reiterazione e modificazione, simulazione e parodia,
distrazione e invenzione.
Mai da soli e mai per una sola volta, giochiamo giochi di ruolo,
di amore e di guerra, e ci rimettiamo in gioco trasfigurando
il bello, il brutto e il banale che ci circondano.
Ma cosa accade quando si ricomincia, ancora e daccapo,
ogni volta diversamente?



